Perciò ancora una volta chiedo: come si avrà la pace? Chi è in grado di rivolgere un appello alla pace, in modo che il mondo l'ascolti, sia costretto ad ascoltarlo? In modo che tutti
i popoli debbano esserne lieti?
... Solo il grande e unitario congresso ecumenico della Santa Chiesa di Cristo da tutto il mondo può dirlo ... " (D. Bonhoeffer - 1934)

Il "Processo Conciliare"

Nell’ Assemblea generale del CEC di Vancouver (1983), in piena guerra fredda e sotto la minaccia nucleare, si stabilì di «coinvolgere le chiese membro in un processo conciliare di reciproco impegno (alleanza) in favore della giustizia, della pace e della conservazione di tutto il creato» (Dichiarazione finale di Vancouver).

Alla radice di questa scelta c'era la confessione di Gesù Cristo come "vita del mondo" da cui la necessità di una resistenza cristiana contro le forze della morte operanti nel razzismo, nel sessismo, nell’oppressione dei poveri, nello sfruttamento economico, nel militarismo, nelle violazioni dei diritti umani e nell’abuso della scienza e della tecnologia. Ma la grande intuizione fu che non sembrava più distinguibile l’urgenza etica di alcune grandi questioni dalla natura della Chiesa, ma anzi che su l’impegno per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato “era in gioco l’essenza stessa della Chiesa” e del cammino ecumenico (Documento “Unità a caro prezzo”). Da qui la necessità che i cristiani imprimessero insieme un impulso in favore della vita, della giustizia e della pace al di là di tutti i confini confessionali, politici e regionali, e che questo fosse fatto attraverso un "concilio". L’idea era stata già profeticamente proposta dal Pastore Bonhoeffer nel 1934 che, nel cuore della Germania nazista in procinto di scatenare le II guerra mondiale, aveva compreso come l’annuncio della pace che il mondo attendeva avrebbe potuto esser dato e vissuto solo da una grande assise ecumenica.

Prima di pervenire alla stesura finale del documento di Vancouver, si discusse ampiamente sul concetto di concilio. Per non rischiare di far fallire l’iniziativa a motivo del termine, ma d’altra parte anche per non tendere a un percorso non vincolante o insignificante, si trovò un’intesa sull’espressione “processo conciliare”. Konrad Raiser, Presidente del CEC, in un’intervista di quegli anni commentava così il significato di processo conciliare: “L’mmagine che si presenta all’osservatore è tutt’altro che univoca. Il processo continua ad essere animato dalla speranza che la Chiesa possa annunicare parole il più possibili chiare e vincolanti. In questo modo però il processo conciliare rimane prigioniero dei ceppi della classica concezione del concilio e già l’esperienza coniliare della tradizione romana ed ortodossa potrebbe insegnare che dalla ricerca di un accordo tra le opinioni non nasce ancora un atto conciliare. Se invece ci liberiamo dalla fissazione delle decisioni autoritative di un grande concilio, diventa chiaro che l’obiettivo di processo conciliare non può essere l’armonia del magnus consensus e neppure il compromesso ingannevole del minimo comune denominatore, ma solo la lotta per l’incarnazione di volta in volta concreta del Vangelo, sostenuta nella comunione dei credenti in Cristo. Non l’unità di chi pensa allo stesso modo, ma la comunione di coloro che si correggono reciprocamente nel luogo della Chiesa oggi, unisce e ispira le Chiese nel processo conciliare”.

Dall’Assembela di Vancouver il processo cominciò a livello regionale e vide subito il moltiplicarsi di iniziative. Nell'Agosto del 1988 un gruppo di realtà pacifiste (PaxChristi Internazional, MIR, Church and Peace, Commissione Giustizia e Pace delle Famiglie Francescane) convocarono ad Assisi un Dialogo Ecumenico Europeo per la pace, la giustizia e l’integrità del creato. Dal 15 al 21 maggio 1989 si svolse a Basilea, all’insegna del motto “Pace nella giustizia”, la Prima Assemblea ecumenica europea, che costituì un punto culminante del processo conciliare e che vide la partecipazione ufficiale anche della Chiesa Cattolica. Il documento conclusivo, che descrive brevemente i pericoli che oggi minacciano la pace, la giustizia, l’ambiente e che ne illustra le cause, è una confessione di colpa da parte delle chiese, un riconoscimento del fatto di non essere state all’altezza del loro messaggio, nonché una confessione della loro fede comune nel Dio della giustizia, della pace e della creazione. I passi concreti richiesti sono la cancellazione del debito per i paesi più poveri in via di sviluppo, l’attuazione di tutti i trattati internazionali sui diritti dell’uomo, la creazione di strutture cooperative per la sicurezza, il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza, una legislazione e un controllo rigoroso della ricerca genetica, nonché una drastica limitazione del consumo di energia. Con questo testo rappresentanti delle diverse chiese cristiane di tutti i paesi europei fecero per la prima volta, a partire dal tempo della Riforma, alcune dichiarazioni congiunte sul cammino futuro e sulla responsabilità speciale dei cristiani su questo continente.

Dopo Basilea, numerose sono state le iniziative locali e internazionali. Nel 1990 a Seoul il CEC indisse per la prima volta una Convocazione Mondiale delle Chiese centrata sui temi di Pace Giustizia Salvaguardia del Creato. Nel 1997 la Seconda Assemblea Ecumenica Europea, nel cuore di un continente segnato dalla drammatica guerra dei Balcani,  ebbe come tema centrale “Riconciliazione: dono di Dio e sorgente di vita nuova”. L’impegno per le termatiche ambientali ha visto infine il nascere di una collaborazione strettissima tra le Chiese con l’organizzazione di tempi liturgici (il “Tempo del il creato”) dedicati ad una riflessione e azione comune su questo tema.

Fino ad arrivare alla scelta di focalizzare l’impegno delle Chiese per il primo decennio del nuovo millennio su come “superare” le logiche di violenza in atto in un società orami planetaria."

Di seguito le foto dei manifesti delle tappe più significative del "processo conciliare" della Chiese su Pace-Giustizia-Salvaguardia del creato (a cura del Cipax - Roma)

 

 

 
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